Come è Nata la DETOX


L’inizio della storia:

Avevo poco più di 30 anni e la mia salute era arrivata ad un punto di non ritorno, se avessi continuato così non mi restavano molti anni da vivere. Non avendo più niente da perdere, ormai provavo qualsiasi cura o medicina mi proponessero. 
Tornando da Torino in treno, incontrai un monaco tibetano che mi convinse a provare anche la medicina tibetana.
Così, un bel giorno, mi trovai davanti ad un medico tibetano (La-je). Il suo traduttore era un bell’uomo dagli occhi verdi, che, dopo la visita, mi propose di restare ad ascoltare gli insegnamenti di un Lama. Restai.
Così quel giorno trovai l’amore della mia vita, la medicina che mi guarì e il Dharma.
Sono passati più di 20 anni e non mi sono mai pentita di essere andata, quel giorno, dal La-je.
Negli anni che seguirono, la mia salute migliorò ed infine si stabilizzò al punto che fui in grado di vivere una vita piuttosto avventurosa e parecchio faticosa su e giù per il mondo al fianco di Dario, il bell’uomo dagli occhi verdi, che nel frattempo, era diventato mio marito.

Come è nata la DETOX:

Nel dicembre  del 2013, stavamo passando per l’Italia dopo un anno sabbatico in Baix Empordà, per trasferirci in Montenegro. L’idea era di fermarci qualche giorno in Italia per vedere gli amici. Appena arrivati in albergo, Dario si sentì male e vomitò un lago di sangue.
Negli ultimi anni, 6 per la precisione, non avevamo avuto occasione di farci visitare da un La-je tibetano, così fummo presi alla sprovvista. Dario era sempre stato forte, sano, vitale... ero io la fragile di famiglia. Ed ora, improvvisamente, lui stava male, male da morire.
Arrivò l’ambulanza e lo portò all’ospedale. In quella stanza gelida, per quanto l’ospedale fosse nuovo, i medici passavano una volta al giorno, le analisi (una quantità impressionante) venivano fatte con una lentezza esasperante. Noi, abituati al La-je che ti fa una diagnosi precisissima ascoltandoti solo i polsi ci sentivamo persi e spaventati.
Lo dimisero con la diagnosi di “cancro al fegato da cirrosi epatica derivata da epatite C. Non operabile”. 
Non c’era nulla da fare per lui. Niente. Nè diete né farmaci. La medicina “ufficiale” non era interessata ad un malato terminale. Potevamo solo aspettare la sua morte.
Nei giorni della sua degenza, a ridosso del Natale, avevo trovato una casa in affitto e lo trasportai lì. Subito dopo arrivò La-je Dawa per visitarlo.
La diagnosi pesantissima, venne, purtroppo, confermata anche dal La-je. Tutto quello che potevamo fare era mantenere il fegato di Dario il più pulito possibile e lo stomaco il più leggero possibile. Per fargli vivere gli ultimi mesi con una buona qualità di vita.
Quindi La-je gli diede dei medicamenti tibetani fatti con erbe himalayane e lo mise ad una dieta rigidissima. La dieta, secondo i quattro Tantra della Medicina, insieme al comportamento, sono la base di qualsiasi cura. Medicine e trattamenti vengono dopo.
In quell’appartamento squallido, arredato tanto piccolo borghese, guardavo il mio adorato marito sdraiato sul divano, con la cornea gialla ed il viso tirato. Ascoltavo La-je parlare e con la morte nel cuore e prendevo la decisione di fare tutto quello che era in mio potere per rendere gli ultimi mesi di Dario vivibili e dove possibile, anche piacevoli. Perfino con il cibo.
Per essere sicura di non fare errori portai La-je Dawa con me nei supermercati, munita di carta e penna, in modo da segnare gli ingredienti si, quelli no e quelli “si ma poco poco”. Carciofi? Quello molto buono, anche questo molto buono (le rape rosse). Spinaci? No spinaci non è possibile. Anche le coste. Invece questo (le catalogne) questo molto buono.
Formaggi? Formaggi no, nessun latticino. Se tu trovi un contadino e comperi latte appena munto, quello buono. 
...Entro le 24 ore dalla mungitura, cosa che faceva immediatamente escludere anche i distributori automatici di latte fresco.
Alla fine dei tre giorni di tour su internet e nei supermercati, la lista degli ingredienti possibili era desolatamente misera. Tra le altre cose dovevo salare pochissimo e la quantità di olio extravergine di oliva (unico grasso consentito) che potevo usare giornalmente ammontava ad un massimo di 4 cucchiai da tavola.
Dario ha sempre apprezzato la buona cucina, il cibo, per lui, era fonte di grande piacere. Improvvisamente doveva privarsi di quasi tutto. Questo mi poneva un ostacolo enorme al progetto di farlo vivere al meglio. Il cibo era fondamentale!
Ho diversi amici che sono chef o food blogger, ma anche solo appassionati di cucina. Tutti volevano bene a Dario e diversi di loro, con uno slancio gentile, mi proposero il loro aiuto nel creare piatti piacevoli che rispettassero i dettami della dieta che Dario doveva seguire.
Solo che, uno per uno, tutti si ritirarono. Chi semplicemente non parlandone più, chi ammettendo che, con così tante limitazioni era praticamente impossibile cucinare cose piacevoli.
Non mi lasciai scoraggiare. Non avevo nessuna intenzione di costringere il mio amore a sopravvivere con riso scondito e stopposi petti di pollo senza sale cotti alla piastra o lessati. Mi impegnai per ore  e ore in cucina per tutti i nove mesi che passammo insieme a combattere la sua malattia.
I successi, testarda come sono, non tardarono ad arrivare. Il problema più grave era la mancanza di grassi. Le particelle del gusto sono liposolubili. Per questo si dice che anche un cattivo cuoco fa un fritto saporito (forse non croccante, ma saporito). Mentre io avevo a disposizione al massimo (di fatto cercavo sempre di mantenermi sotto la soglia massima) 4 cucchiai di olio al giorno. E se questo non bastava potevo usare anche pochissimo sale.
Diedi fondo a tutte le mie risorse. 
Per fortuna di Dario, conoscevo molto bene, avendo sempre amato cucinare ed avendo anche gestito un ristorante, la cucina italiana, ma conoscevo anche piuttosto bene la cucina indiana. Dario ed io avevamo vissuto qualche tempo in India. Una delle nostre vicine di casa era una brahman kashmiri. Una donna enorme, con mani e piedi piccolissimi, di cui era molto orgogliosa e che curava con maniacale attenzione. Era molto golosa nonché proprietaria di un ristorante e, fatto inusuale, conosceva molte ricette di quasi tutte le zone dell’India, avendo da giovane viaggiato per lavoro. 
Non che la signora fosse generosa con  le ricette, ma avevo imparato come comportarmi con lei. In cambio di una ricetta italiana lei doveva fornirmi una ricetta indiana. In questo modo ho imparato molto.
Il problema della mancanza di grassi nelle preparazioni salate la risolsi con la tecnica italiana che di solito si usa per ragù o brasati: la cottura lenta e piuttosto liquida. Le basi di molte preparazioni sono i soffritti. Non potendo usare grassi se non in quantità minima, per estrarre il massimo sapore mettevo il poco olio consentito, facevo insaporire leggermente le verdure del soffritto e quindi portavo a cottura tirando il soffritto con cucchiai di acqua, mano a mano. Il risultato era gradevole.
Risolto un problema, poco alla volta ne risolsi altri. Ad esempio, attingendo anche ad insegnamenti di grandi maestri della pasticceria come Montersino. Mescolando la sua ricetta della pastafrolla all’olio d’oliva con la ricetta della maionese di soya e calibrando la presenza di diverse farine, (c’è voluto un po’di tempo e diversi esperimenti) sono riuscita a servire a Dario una crostata buonissima senza uova, burro e con (poco) zucchero.
Mano a mano che i giorni passavano la cornea dei suoi occhi si schiariva, gli tornava energia, si sentiva meglio. Si sedeva a tavola con buonumore, curioso di scoprire cosa si sarebbe trovato nel piatto. Per facilitare il lavoro dello stomaco, il cibo era diviso in 5 piccoli pasti giornalieri ed io mi premuravo di fare in modo che  passassero diversi giorni prima che una ricetta venisse ripetuta.
La-je Dawa aveva detto che era meglio evitare tutti gli alimenti preparati, che tutto doveva essere fresco, così, nella routine settimanale preparavo la pasta fatta in casa, come i pizzoccheri, il latte di soya, il tofu, il pane azzimo. 
La differenza tra tofu fresco e quello che si compera è notevole al punto che Dario, che aveva sempre detestato il tofu, lo apprezzava perfino come stuzzichino sul matzah, il meraviglioso pane azzimo della tradizione ebraica che gli preparavo usando ogni volta farine diverse: farro, grano, kamut, enkir e anche segale.
Le nostre giornate erano scandite dalle sue terapie: medicine, massaggi con l’olio caldo e spuntini. E pratica del Dharma, perché Dario voleva usare l’occasione della sua malattia e morte per praticare più intensamente, per risolvere gli ultimi grovigli della sua vita. Per andarsene, alla fine, sereno.
Già in febbraio stava abbastanza bene da poter uscire per lunghe passeggiate nei boschi della Brianza. Fotografava un aereo che volava sopra di noi, le prime viole... i fiori di un mandorlo inselvatichito. Era così migliorato che per qualche tempo ci illudemmo che potesse vivere.
In marzo, mentre mangiava una nuova ricetta con gusto, mi disse: “ieri guardavo in internet dei siti che parlano della mia malattia. Ci sono 150.000.000 di persone affette da cirrosi epatica nel mondo. E’ una malattia in crescita. Una volta derivava principalmente dall’alcolismo, ma adesso ha due cause principali: l’epatite C come nel mio caso, e l’obesità. Tutta questa gente, a differenza di me, non ha né un La-je che sa suggerire loro la giusta dieta, né un famigliare esperto di due cucine che sa come far loro da mangiare bene. Perché non scriviamo un libro di ricette per malati di fegato? Aiuterebbe un sacco di gente!” E cominciò, come era sua abitudine, a delineare il progetto nei minimi particolari.
Acquistò un “Mini studio per still life” per fotografare i piatti, preparò un programma per me per segnare le schede delle ricette e cominciò a studiare un sito internet che facesse da piattaforma di lancio per il libro.
Parlando con La-je Dawa, scoperse che la sua dieta, praticata per 15 giorni due volte all’anno, sarebbe stata utile anche per le persone sane, in quanto fortemente disintossicante. Così gli venne in mente che anche altri problemi di salute potevano necessitare di diete simili e delineò un programma a lunga scadenza per creare libri di ricette per diete per tutte le patologie. Se io dovessi vivere ancora, mi diceva, lo faremo insieme. Se dovessi morire continuerai tu con Dawa. Così avrai qualche cosa da fare, un motivo per vivere.
E io proseguivo con lena nel preparare pasta al radicchio, pollo agli shiitake, insalata di gamberi alla semplice, i finti sott’aceti per ravvivare i piatti...
Dario si sentiva di nuovo bene e per lui sentirsi bene e lavorare ad un progetto erano praticamente sinonimi. Così si ricordò di un’esperienza che aveva fatto più di 20 anni prima. Un ritiro di purificazione del corpo con la medicina tibetana. Lo ricordavo bene anch’io, che ero a letto con una tonsillite follicolare, così non avevo potuto farlo e lo avevo invidiato moltissimo. Era rientrato a casa con la pelle luminosa, energetico come un ragazzo, rilassato e vitale. Per un anno non aveva preso nemmeno un raffreddore! 
Pensando a quel ritiro parlò con La-je Dawa della possibilità di offrire delle settimane di disintossicazione, abbinando gli integratori alimentari tibetani alla dieta purificante del fegato. La-je disse che non solo era fattibile, ma che si sarebbero potuti integrare con altri trattamenti, come il ku-gne (massaggio tibetano), i bagni medicati, qualche piccola meditazione  “medica” (non buddhista) e con altri integratori, in modo da dare un vero  proprio trattamento ringiovanente, molto ma molto più efficace di quello provato da lui tanti anni prima, che era stato solo un trattamento “purificante” e non ringiovanente. Aggiunse che, non essendo una semplice operazione di “restauro”, ma un trattamento realmente ringiovanente, faceva parte delle pratiche per la lunga vita. 
Dario si entusiasmò. Già i 4 giorni che aveva fatto lui lo avevano ringiovanito e rinvigorito...un trattamento di ringiovanimento vero e proprio da offrire alla gente sarebbe stato fantastico! E cominciò a strutturare un progetto più ampio, che comprendeva libri di ricette per le varie patologie o esigenze, trattamenti ringiovanenti, trattamenti per dimagrire (sempre tibetani) e disintossicarsi allo stesso tempo, corsi e tutto il sistema di divulgazione e marketing che un tale progetto doveva prevedere.
Gli facevo un massaggio con l’olio caldo e lui fremeva impaziente di tornare al computer, gli portavo una tazza di cappuccino d’orzo con i biscotti di farina di ceci e lui si godeva lo spuntino scribacchiando qualche idea. Discuteva con me o con La-je qualche particolare e poi si tuffava di nuovo nel lavoro o nello studio.
Gli venne l’idea di creare, nel sito, una sezione con accesso per abbonati, nella quale offrire le ricette “normali”, ben spiegate come sempre, ma con in più le indicazioni di La-je Dawa. Per esempio: il risotto alla milanese non va bene per chi ha disturbi di fegato, ma è ottimo per combattere la depressione. 
Ampliò ulteriormente l’idea aggiungendo alle sezione per le indicazioni legate alle patologie vere e proprie, una sezione dedicata alle “costituzioni”. Nella medicina tibetana ci sono tre energie che sono alla base degli esseri viventi: bile, vento e flemma. Ognuno di noi ha fin dalla nascita una costituzione legata più ad un umore che agli altri. Molto raramente abbiamo dei tipi puri o la combinazione abbastanza bilanciata dei tre umori, la possibilità più frequente è di avere la combinazione di due umori, con uno prevalente.
Ad esempio io sono un tipo Flemma-Vento. Dario era Bile-Vento.
La dieta giusta, per una persona mediamente sana, andrebbe definita in base alla propria “costituzione”. Se non abbiamo la fortuna di poter incontrare un La-je, che con la lettura del nostro polso capisce in un baleno a di costituzione siamo, è possibile scoprirlo facendo dei test, rispondendo a delle domande. Ed è sorprendente, per un occidentale, vedere come il risultato sia sempre accurato.
Quindi Dario decise di formulare, con l’aiuto di La-je Dawa, un test molto serio per permettere alle persone di sapere a che tipo di costituzione appartengono e quindi accedere alla dieta da quella chiave di lettura. 
Lavorava al progetto felice, mano a mano che ne scopriva altre diramazioni, altre possibilità. La malattia lo aveva reso ancora più attento alle sofferenze delle persone e voleva fare quanto più possibile per alleviarle, curarle, o, ancora meglio, prevenirle.
In giugno, ricominciò a peggiorare. Ma continuò a lavorare al progetto. Quando resterai sola, mi diceva, avrai bisogno di qualche cosa che ti aiuti a vivere, sia finanziariamente (abbiamo sempre dato molto senza preoccuparci troppo del futuro perché pensavamo che avremmo lavorato sempre, fino all’ultimo) che emotivamente. 
Avevo paura della morte e della malattia e adesso le sto affrontando entrambe e la paura mi è passata. Tu dovrai affrontare la tua peggiore paura: restare da sola. Hai passato la vita a prenderti cura prima dei tuoi genitori e poi di me. Adesso dovrai prenderti cura di te stessa ed un progetto come questo ti sarà utile. Ti terrà impegnata. Ti darà una motivazione.
A luglio non riusciva più a lavorare. Il computer gli pesava. Era sempre lucidissimo, a differenza di quello che mi avevano detto in ospedale, forse perché la medicina tibetana e la dieta impedivano un eccesso di tossine nel sangue, ma se ne stava andando. Ormai praticava soltanto. Voleva morire bene, senza paura, sicuro di dove sarebbe andato. Si preoccupava solo per me, per quello che mi sarebbe successo quando fossi rimasta sola.
Uscivo a fare la spesa e ne approfittavo per piangere, perché davanti a lui cercavo di sorridere sempre e di mostrarmi forte. Non gli volevo pesare. E continuavo a cucinare, segnandomi le ricette (lui insisteva molto che continuassi a farlo). Mangiava sempre meno ma ero riuscita a trovare un agricoltore vicino a noi che mi mungeva il latte al momento, così lui poteva berne un poco la sera e anche la mattina dopo. E poi gradiva dei brodi leggeri, con la pastina sempre diversa: oggi alla segale, domani al grano saraceno... Declinava rapidamente e io cercavo di vivere minuto per minuto con lui, senza lasciarlo mai solo. Da mesi non dormivo. La sua malattia dà l’insonnia e per non fargli attraversare l’orrore della notte da solo (da malati le notti sono terribili, interminabili), alle due del mattino mi svegliavo. Ci prendevamo per mano e parlavamo o facevamo una puja, o stavamo semplicemente vicini fino all’alba. All’alba lui si addormentava e io mi alzavo per pulire la casa, cucinare, eseguire le solite incombenza quotidiane in modo da poter passare tutto il tempo in cui era sveglio con lui.
In agosto cambiammo casa, avevo trovato una nuova casa luminosa e asciutta, Dario soffriva troppo per l’umidità. Non potevo sapere quanto sarebbe vissuto e temevamo un altro inverno nella casa umida. In pochi giorni riuscii a fare il trasloco. Ci visse 20 giorni.
Fino all’ultima sera si preoccupò per me. Quando avrai finito le pratiche per la sepoltura del mio corpo, mi disse, vai in Toscana, così non sarai completamente sola. E quando starai meglio, chiama Dawa, cerca delle persone fidate e riparti col progetto. Tu hai bisogno di prenderti cura di qualcuno. Non mi avrai vicino fisicamente, ma potrai prenderti cura di tanta gente e potrai dare loro la possibilità di avere una qualità di vita migliore. Così la tua vita sarà ricca e piena ugualmente, anche senza di me. 
La mattina dopo aver terminato le pratiche burocratiche sono salita in macchina come mi aveva detto di fare lui e, non so come, ho guidato fino in Toscana. Ero distrutta sia mentalmente che fisicamente. Però, come gli avevo promesso, appena mi sono ripresa un poco ho ripreso in mano il suo progetto. 
Con la preziosa supervisione di La-je Dawa il progetto di Dario sta diventando realtà. In un certo senso è un lascito, il monumento alla memoria di un uomo speciale, di uno che anche morendo riusciva a pensare agli altri più che a sé stesso, e che per questo ha vinto anche la morte. 
Ora tocca a me dimostrare che so vivere e rendermi utile anche da sola.
E questi corsi di DETOX saranno l’inizio della mia interazione col mondo, per aumentare un poco la gioia e la salute delle persone e diminuirne un poco la sofferenza.



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